Testa e Cuore

Testa e Cuore

Quando aveva sette anni a Mattia piaceva correre fino a perdere il fiato, leccarsi le dita dopo aver mangiato le patatine, osservare la vicina di casa con il suo binocolo sovietico, nuotare come uno squalo in piscina. Ai genitori di Mattia piaceva annotare su un quaderno dalle pagine azzurre tutti i traguardi raggiunti dal piccolo, raccontargli le storie dei grandi eroi, pensare che in fondo il loro figlio fosse proprio speciale.

Alla stessa età, a Daniel piaceva stupire le persone appena conosciute facendo puzzette rumorose, mangiare la punta del triangolo di Parmigiano appena aperto, andare in altissimo sull’altalena, nuotare come uno squalo in piscina. Ai genitori di Daniel piaceva ridere insieme al piccolo, vederlo dormire nel lettone, pensare che in fondo il loro figlio fosse proprio normale.

La prima volta che Daniel e Mattia si incontrarono nella grande vasca della piscina comunale si comportarono esattamente come due squali nella stessa situazione: iniziarono a nuotare sempre più veloci e finirono per sbranarsi. Prima che fosse troppo tardi, l’allenatore Federico li estrasse per mezzo di una lunga asta uncinata e li posizionò uno di fronte all’altro sul bordo della vasca, li lasciò lì bagnati per quasi un’ora. Alla fine disse ai due bambini dalle labbra bluastre che dal quel giorno si sarebbero allenati insieme. Mattia protestò dicendo che non avrebbe mai nuotato con lo strambo, lo strambo rispose che lui era normale, quello normale ribatté che in verità lui era speciale perché così dicevano i suoi genitori. Da quel pomeriggio Daniel e Mattia passarono centinaia di ore insieme, si guadagnarono i brevetti di pesciolini, livello intermedio, avanzato, arrivarono a conoscere ogni singola tessera azzurra della vasca, bevvero e sputarono la stessa acqua clorata, abbandonarono litri di pipì nelle docce ridendo risate vuote di denti.

Un pomeriggio di maggio nell’anno dei loro undici anni, il maestro Federico li fece sedere sul bordo della vasca, come aveva fatto la prima volta che si erano conosciuti e annunciò che entrambi erano stati selezionati per le gare provinciali, ma che non avrebbero nuotato insieme. Mattia avrebbe nuotato nella categoria Juniores, Daniel nella categoria unica per atleti speciali. In quel primo appuntamento importante della loro vita, Daniel arrivò primo in tre specialità, Mattia non si qualificò, entrambi impararono che disabilità e diversità erano due parole tra loro vicine, ma che ne allontanavano un’altra: normalità.

Nonostante i sogni dei genitori, Mattia non riuscì a trasformare la sua passione per il nuoto in qualcosa di importante, abbandonò gli allenamenti scoraggiato dagli scarsi risultati e si rifugiò nel mondo ovattato di una pigra adolescenza. Daniel ed i suoi genitori vivevano invece in funzione degli allenamenti e delle gare, il nuoto era in cima alla lista di ogni loro singolo, faticoso giorno. Perché essere bravi è innanzitutto una responsabilità, è superare ogni giorno i propri limiti per migliorarsi, non ascoltare il dolore e la stanchezza, spingere sempre anche quando il corpo non lo comandi più. Uscire dall’acqua con le gambe che non ti reggono, lasciare lacrime sotto la doccia, non scegliere più tra nuotare e fare altro, ma semplicemente nuotare, e farlo con o senza quella terza maledetta coppia di cromosoma 21.

Ci vuole la testa diceva il maestro Federico, ci vuole cuore dicevano i genitori, ci vuole … fortuna diceva Mattia che si divertiva a fare pronostici prima delle gare, dove i nomi nelle categorie degli atleti disabili erano ormai elenchi conosciuti. Il ragazzo accompagnava spesso l’ex compagno di nuoto alle competizioni, gli piaceva condividere la sua adrenalina, dargli ragione quando sosteneva che quella volta (e lo diceva ogni volta) sarebbe stata l’ultima gara.

Quell’anno, quando arrivarono a Roma furono accolti da una giornata estiva bella da sembrare un regalo, rispetto a quelle piovose e fredde che ancora vivevano in Veneto; le strutture sportive nuove, gli sponsor, i gadget gratuiti, gli spogliatoi profumati sembrava tutto perfetto per distrarre gli atleti dall’ansia. Ma quella era lì, nello stomaco di tutti: giovani nuotatori, allenatori e genitori ognuno con gli occhi ancorati alle tabelle delle gare e dei tempi, ognuno in fondo intento a celare la paura sotto la parvente sicurezza. Quando Daniel si trovò sul trampolino, quello dell’ultima batteria per il titolo nazionale, avrebbe voluto essere veramente speciale, pigiare il bottone della tenacia, l’unica vera arma data in dotazione ai campioni per vincere; quella che tutti dicevano che lui possedesse, ma che per l’esattezza lui non sapeva dove trovarla. Sapeva dove stava il bottone della paura (giusto in mezzo allo stomaco), quello della felicità (vicino al cuore), quello della tristezza (nei bottoncini rosa nell’angolo degli occhi), ma quel “tieni duro” proprio non capiva a cosa si riferisse.

Lì sulla griglia di partenza, si sentiva solo come sulla vetta della montagna più alta del mondo, all’improvviso gli cedettero le gambe e si accucciò in bilico sul trampolino, pensò di cadere dentro all’acqua come un sasso. Sentì delle grida, le sentirono tutti in verità, era Mattia che si era arrampicato sulla balaustra degli spalti. “Daniel ricordati, ci vuole testa!” urlò quello battendosi la fronte e poi: “Daniel, ci vuole cuore” battendosi il petto con il pugno, “Ci vuole…, lo sai Daniel gridiamolo!” E fu così che gridarono quella parola di quattro lettere che gli avevano insegnato significasse fortuna, più o meno. Stavano ancora tutti ridendo quando il fischio del giudice squarciò l’aria, Daniel entrò in acqua come uno spillo e nuotò come il più veloce di tutti gli squali che, come un branco immaginario, lo avevano condotto fino a lì attraverso lunghi allenamenti e dolorosi sacrifici.

Oggi che ha venticinque anni, a Mattia piace guidare per ore lungo le strade dritte del Nord Est con i suoi cataloghi da rappresentante, passare il sabato mattina in piscina ad allenare i bambini, quelli che per qualche ragione non possono gareggiare con gli altri. A loro racconta che aveva un amico speciale, che in ogni singola bracciata ci metteva testa e cuore; sulla fortuna tace, oggi sa che quella non fa i campioni nel nuoto né nella vita.

Alla stessa età, a Daniel piace ordinare cannucce e salviette al fast food dove lavora, gioire insieme ai bambini mentre aprono le loro scatole pranzo, sorridere a quelle persone che ancora si complimentano per il suo titolo nazionale. Quando alla domenica non lavora, accompagna Mattia e i suoi allievi alle gare, sulla porta degli spogliatoi stringe loro le mani perché sa che “tieni duro” prende forza e significato nella stretta complice tra due amici.

(dedicato a tutti i nuotatori della classe 21, in particolare a Daniel)