{"id":239,"date":"2022-01-22T10:45:40","date_gmt":"2022-01-22T10:45:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.irenepavan.it\/?page_id=239"},"modified":"2022-02-06T09:47:08","modified_gmt":"2022-02-06T09:47:08","slug":"caffe-freddo","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.irenepavan.it\/?page_id=239","title":{"rendered":"Caff\u00e8 freddo"},"content":{"rendered":"<h3>Categoria PREMI LETTERARI \u2013 Antologia: PREMIO MOAK<\/h3>\n<p><em><strong>CAFFE&#8217; FREDDO <\/strong><\/em> (un po\u2019 tagliato per motivi di copyright)<\/p>\n<p>Ore 6.15 del mattino, la campagna intorno a Rovigo era coperta da una fitta nebbia; la temperatura si aggirava gi\u00e0 sui venticinque gradi con un tasso di umidit\u00e0 che sfiorava il novanta percento. Un\u2019altra giornata calda e densa di met\u00e0 agosto stava per iniziare. Dalla finestra aperta della cucina, si vedeva una donna minuta armeggiare con uova, zucchero e biscotti, si muoveva cercando di fare meno rumore possibile, in maniera svelta e precisa. Aveva capelli di un colore biondo spento, leggermente pi\u00f9 radi sul davanti, dritti come le setole di un pennello. Depilazione poco precisa, mani consumate, viso tirato dentro ad un\u2019aria assorta. Aveva dei bei lineamenti e una figura esile e dolce, nonostante le gravidanze le avessero lasciato un giro vita sformato.\u00a0 Indossava una t-shirt abbondante di colore bianco con il collo ampio che lasciava intravedere le ultime vertebre ingobbite della cervicale.<\/p>\n<p>Arianna Lorenzini, vedova Pasiani, aveva quarantacinque anni, tre figli e un lavoro come addetta alle pulizie presso il grande albergo costruito davanti all\u2019<em>outlet<\/em>. Viveva in una piccola villetta a schiera di colore giallo: settantacinque metri quadri divisi in due piani e mezzo, intorno un giardino con tre aiuole e nove tombini.<\/p>\n<p>Arianna inspir\u00f2 profondamente, l\u2019aria calda quella mattina era insopportabile. Non aveva molto tempo, doveva sbrigarsi a preparare il dolce per il compleanno di Stella. [\u2026] Pensava a questo e a tutto quello che avrebbe dovuto fare durante la giornata: all\u2019incastro preciso dei figli, delle loro priorit\u00e0, ma anche alle priorit\u00e0 della vicina di casa che non avrebbe continuato a tollerare la sua siepe troppo alta, a quelle della madre che da giorni non vedeva e poi\u2026 Priorit\u00e0, esigenze, che parole diverse rispetto a quella pi\u00f9 nobile di bisogno, rifletteva amara. Arianna era fatta cos\u00ec, la sua testa non smetteva mai di funzionare passando da pensieri logici e pratici a riflessioni intense sul senso della vita e dei sentimenti e, fortunatamente, non sempre riusciva a darsi una spiegazione.<\/p>\n<p>[&#8230;] Prima di chiudere lo sportello per\u00f2 il suo sguardo si pos\u00f2 su una vecchia caffettiera. Non avrebbe dovuto prenderla, non era il momento adatto, sapeva che avrebbe potuto farle saltare in aria l\u2019intera mattinata. Eppure, come un automa, prese in mano la vecchia Bialetti, scese con attenzione dalla sedia e si sedette sopra pesantemente.<\/p>\n<p>L\u2019omino del marchio la guardava e sembrava ridere di lei. S\u00ec, Arianna era sicura che quel sorriso beffardo era per lei, per essersi illusa che sarebbe stato possibile dimenticare. \u201cNo, dimenticare non \u00e8 di questo mondo\u201d, le diceva l\u2019omino. Ingenua, tremendamente ingenua!<\/p>\n<p>Apr\u00ec il coperchio, stringendo tra le dita il pomello giallo ancora nuovo e riusc\u00ec a percepire un vago aroma di caff\u00e8. Possibile? Possibile che dopo cinque anni si potesse sentire ancora il profumo di quel suo ultimo caff\u00e8?<\/p>\n<p>Chiuse gli occhi e, come non faceva da molto tempo, si lasci\u00f2 andare ai ricordi.<\/p>\n<p>Cinque anni prima, le scuole erano appena terminate ed i bambini avevano passato la notte dai nonni. La mattina calda e afosa faceva presagire una torrida giornata. Era scesa come sempre verso le sette e mezza, suo marito era gi\u00e0 in piedi da un paio d\u2019ore, erano mesi che il suo sonno era diventato irregolare. Prese la caffettiera, la riemp\u00ec con la polvere e un tenue aroma si diffuse piacevolmente in tutta la cucina. Davide entr\u00f2 dopo pochi minuti, era pallido, forse pi\u00f9 del solito. Arianna lo salut\u00f2 distrattamente, non ferm\u00f2 lo sguardo su di lui nemmeno per un istante, non avrebbe saputo dire che maglia indossasse, se fosse scalzo o se avesse gi\u00e0 le scarpe ai piedi, se si fosse rasato o meno. Arianna mise la caffettiera sul fuoco, prepar\u00f2 le tazzine con i rispettivi piattini sul tavolo e si occup\u00f2 del lavello che presentava dei fastidiosi aloni. Dopo pochi minuti sent\u00ec il familiare borbottio, prese la piccola presina verde e vers\u00f2 il caff\u00e8 bollente in entrambe le tazze. Aspett\u00f2 un paio di minuti, forse Davide era tornato in bagno, tanto lei odiava bere le cose calde, avrebbe aspettato il ritorno di suo marito. Passarono diversi minuti che, come sempre, us\u00f2 per stilare mentalmente i suoi programmi giornalieri. Chiam\u00f2 Davide, lo richiam\u00f2 a voce pi\u00f9 alta. Buss\u00f2 alla porta del bagno, attese, poi buss\u00f2 di nuovo. Spalanc\u00f2 la porta, ma la stanza era vuota. Inizi\u00f2 a spazientirsi, pensando che l\u2019uomo si fosse messo a trafficare con qualcosa in giro per la grande casa che all\u2019epoca possedevano. Visibilmente scocciata, inizi\u00f2 a cercarlo dappertutto chiamandolo con un tono via, via sempre pi\u00f9 isterico. Decise di rientrare per chiamarlo al cellulare; quell\u2019ebete se n\u2019era andato scordandosi la colazione, pensava. Aggir\u00f2 la casa per entrare dalla porta posteriore e rimase paralizzata. Davide penzolava come una macabra tenda dalla pompeiana. Aveva una corda stretta al collo. Il viso era di un colore bluastro disumano, gli occhi sembravano fuori dalle orbite. In preda al panico Arianna prese una delle sedie che stavano intorno alla tavola per i pranzi estivi, ci sal\u00ec velocemente e cerc\u00f2 di togliere la corda, ma non ce la faceva. Il peso dell\u2019uomo era tre volte il suo e le mani che affondavano nella pelle cercando di sciogliere i nodi non riuscivano nel loro intento. Il cuore le batteva in gola cos\u00ec forte da toglierle il respiro, ma lei continuava a chiamare il marito, contorcendo la corda, ormai il suo era un rantolo disperato. Gli chiedeva di non morire, di continuare a vivere, di rimanere per i figli, per lei che lo amava, che lo aveva sempre amato. Prov\u00f2 a tagliare la corda con la forbice da giardino, ma non riusc\u00ec a scalfire l\u2019anima in metallo della fune. Quando le fu chiaro che non avrebbe mai avuto la forza necessaria per far scendere il corpo senza vita, rientr\u00f2 barcollante in cucina. Trov\u00f2 le tazze con il caff\u00e8 ormai freddo sul tavolo e, senza rendersi conto di ci\u00f2 che stava facendo, si sedette e bevve la sua. Poi prese il cellulare e chiam\u00f2 il 118. Quando chiuse la comunicazione vomit\u00f2 il caff\u00e8 sul pavimento lucido della cucina.<\/p>\n<p>Quello fu il suo ultimo caff\u00e8 e l\u2019ultimo giorno di quel matrimonio apparentemente felice.<\/p>\n<p>I giorni che seguirono furono lo svolgersi di una telenovela della quale non si sentiva protagonista. I giornali dedicarono quarti di pagina all\u2019ennesimo imprenditore suicida, alla crisi che aveva investito il settore del legno, la provincia di Rovigo, la societ\u00e0. Tutti parlavano di forti difficolt\u00e0 finanziarie, di accordi saltati con le banche, di contratti fraudolenti firmati nei mesi precedenti. Tutti sapevano improvvisamente tutto; mentre lei, altrettanto improvvisamente, si accorse di aver vissuto gli ultimi mesi con un estraneo. Poi il funerale, le pratiche per la successione, i colloqui con il liquidatore, gli sguardi biechi della gente, la falsa piet\u00e0, i figli che aspettavano il ritorno del padre dall\u2019ennesimo viaggio. La solitudine, la voglia di mollare tutto, il bisogno di gridare, di strappare solo un secondo alla morte per chiedere una spiegazione. S\u00ec, perch\u00e9 lei Arianna Lorenzini, vedova Pasiani non aveva capito. Il pugno le era arrivato diretto allo stomaco, e al colpo non aveva avuto il tempo di prepararsi. Era caduta cos\u00ec davanti a tutti, inerme, indifesa, ignara. Lei, con la sua vita tranquilla, una laurea in scienze dell\u2019educazione fatta apposta per tirare su tre meravigliosi bambini, vacanze due volte all\u2019anno, una decina di abiti firmati senza doverli recuperare all\u2019outlet, una Mini Cooper gialla che faceva tanto vip. Lei e la sua ampia villetta pulita dalla signora ucraina, lei e le sue feste memorabili, lei e quell\u2019uomo che piano, piano si era trasformato in un\u2019ombra. Il braccio che avvolgeva le sue spalle, la mano che teneva le sue dita, l\u2019odore dolce di anice e caff\u00e9 vicino al collo, tutto lentamente era sparito. Immagini sbiadite di un matrimonio che si confondevano con serate di solitudine, con cene silenziose, compleanni dimenticati, giorni tutti uguali dentro ai quali la vita scorreva troppo veloce. Lei non si era accorta di nulla, questo il suo grande ripianto, la sua terribile colpa che nessuno mai sarebbe riuscito a toglierle di dosso.<\/p>\n<p>Il sole era ormai alto ed il traffico sulla strada andava aumentando, Arianna rimaneva seduta con la Bialetti in mano, dentro alla sua cucina di finto ciliegio.\u00a0 Riapr\u00ec il coperchio per sentire di nuovo quel profumo, ma improvvisamente sembrava scomparso. Percepiva un odore di metallo bagnato, un po\u2019 sgradevole, pungente. In un lampo le balen\u00f2 un\u2019idea strana, voleva risentire il profumo del caff\u00e8, per un momento, rivoleva quel profumo. Pens\u00f2 allora che nel mobiletto alto teneva un vecchio pacco di caff\u00e8, rimanenza di una cesta natalizia di qualche anno prima. Sorridendo tra s\u00e9, come se fosse stata una ragazzina che faceva una bravata, cerc\u00f2 il pacchetto, lo apr\u00ec lentamente con la forbice ed in un attimo sent\u00ec il profumo della polvere marrone. Avrebbe potuto accontentarsi, insomma avrebbe potuto richiudere il sacchetto, riporlo nell\u2019armadietto in alto, archiviare la vecchia Bialetti, mettere il dolce in frigo, ripulire la cucina. Invece decise di concedersi una piccola trasgressione. Si sarebbe presa dieci minuti, il tempo di rimettere in funzione la vecchia caffettiera e versare il liquido caldo nella tazzina. Non sapeva ancora se sarebbe stata in grado di berlo, ma questo non aveva importanza.<\/p>\n<p>Accese il fuoco e lo regol\u00f2 al minimo, si sarebbe presa tutto il tempo necessario, agganciando nel frattempo ricordi ed emozioni tra loro. Forse il peggio era passato, pensava, forse tra poco la strada ripida si sarebbe fatta pi\u00f9 dolce e lei avrebbe potuto tirare il fiato. \u00a0[\u2026.]<\/p>\n<p>Il gusto forte e amaro le diede inizialmente fastidio, ma poi divent\u00f2 piacevole e si trov\u00f2 a cercare l\u2019ultimo goccio cremoso rimasto a velare la tazza. Un\u2019improvvisa sensazione di benessere si impadron\u00ec di lei, si appoggi\u00f2 allo schienale della sedia rilassando i muscoli e sorridendo come una sopravvissuta ad una battaglia. In quel momento entr\u00f2 in cucina Marco, il figlio maggiore. La somiglianza con padre in quel momento le parve pi\u00f9 incredibile del solito. Lo guard\u00f2 con un\u2019aria sorpresa e un mezzo sorriso sulle labbra; il ragazzo si ferm\u00f2 davanti a lei e le chiese \u201cCiao mamma, tutto bene? Sembri una che \u00e8 appena stata investita da un camion e ne sia uscita viva.\u201d<\/p>\n<p>[\u2026.] Un altro giorno, e poi un altro ancora, uno dietro l\u2019altro come i passi di una lunga passeggiata. Si sorprese ad aver pensato a quella parola, riflett\u00e9 un istante e l\u2019idea che la vita potesse essere una passeggiata le piacque. Sicuramente qualcuno avrebbe potuto obbiettare che dava un\u2019idea troppo effimera: la vita era molto pi\u00f9 complicata e difficile di una passeggiata. Ma lei, pensando a quella parola, immagin\u00f2 la mano che avrebbe voluto tenere durante il cammino, andando cos\u00ec, senza meta e senza fretta, respirando a pieni polmoni un\u2019aria finalmente pulita. Percep\u00ec in quel preciso istante un tenue profumo di anice e caff\u00e8, e un improvviso soffio d\u2019aria la avvolse in un abbraccio caldo, lasciandola senza fiato;\u00a0 cap\u00ec allora di non essere sola ed un sorriso le pieg\u00f2 le labbra. Guard\u00f2 il cielo infinitamente azzurro di quella mattina d\u2019estate\u00a0 e decise che finalmente era arrivato il momento di perdonare. Perdonare l\u2019uomo che aveva sposato, il marito che aveva voluto abbandonare prematuramente la sua vita; ma soprattutto era il momento per perdonare se stessa.\u00a0 Dimenticare non \u00e8 di questo mondo, si ripeteva, ma il perdono lo deve essere, perch\u00e9 altrimenti la vita diventerebbe un fardello troppo pesante da portare e nemmeno lei ce l\u2019avrebbe fatta. Decise che dalla mattina seguente si sarebbe concessa qualche buon caff\u00e9 e almeno cinque minuti per tuffarsi nei suoi ricordi; poi lentamente avrebbe iniziato a chiudere qualche porta della sua mente, affinch\u00e9 il dolore non uscisse pi\u00f9.<\/p>\n<h3>[Autore: Irene Pavan, anno: 2016]<\/h3>\n<p><em>Tutti i diritti riservati. E\u2019 vietato copiare e riprodurre il testo senza il consenso scritto dell\u2019autore<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Categoria PREMI LETTERARI \u2013 Antologia: PREMIO MOAK CAFFE&#8217; FREDDO (un po\u2019 tagliato per motivi di copyright) Ore 6.15 del mattino, la campagna intorno a Rovigo era coperta da una fitta nebbia; la temperatura si aggirava gi\u00e0 sui venticinque gradi con un tasso di umidit\u00e0 che sfiorava il novanta percento. 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