In occasione di un’importante mostra fotografica sulla danza, il fotografo Renzo Carraro ha voluto creare un catalogo che parlasse di danza attraverso immagini e parole. Sono stata felice di essere tra le autrici dei sei racconti che hanno dato sostegno a questo straordinario progetto fotografico.
Questo il mio racconto:
Mia madre parcheggia nervosamente, lasciando l’auto a invadere parte della careggiata, incastrare la macchina dentro i rettangoli disegnati sull’asfalto non è mai stato il suo forte. Mi sta dicendo che mio padre non potrà venire a salutarmi, lo dice caricando le parole di un astio che mi infastidisce, anche se è con lui che dovrei arabbiarmi. Scendo e prendo la valigia dal bagagliaio, lei me la strappa di mano, non devo forzare la schiena, non devo correre rischi inutili, non ora. Le rispondo che non sono, e non sono mai stata, fragile. Quindici anni di danza hanno fatto del mio corpo un piccolo ma potente strumento in grado di sopportare sforzi che lei, alla soglia dei cinquant’anni non potrebbe permettersi. Finisco la frase e mi pento di aver tirato in ballo l’età che avanza, quel suo corpo appesantito che si affloscia inesorabilmente, mi pento di usare queste poche ore insieme per sputarci addosso frasi che non pensiamo veramente. A interrompere il nostro battibecco intervengono per fortuna Lollo e Mattia che prendono valigia e borsone, e senza alcun sforzo depositano tutto all’entrata della scuola. I colori, l’odore, le fotografie, il banco azzurrino della reception, ho passato più ore qui dentro, che in qualsiasi altro posto della mia vita. Sapere però che questa sarà forse l’ultima volta che varco questa porta, mi dà una strana sensazione. Le foto di Carla Fracci, Alessandra Ferri, Polina Semionova, Iana Salenko, le locandine sbiadite dei saggi di Natale con i nostri sorrisi tesi, la finestra grande sul cortile che non si apre da anni, la rastrelliera sempre ingombra di scarpe e ombrelli dimenticati. Cerco di fotografare tutto, e so che non potrei mai dimenticare alcun particolare, ormai fanno parte di me. Fanno parte della mia vita anche loro, i miei amici, i miei compagni di danza e di sacrifici, sono venuti a salutare la mia partenza per Vienna, dove mi attendono due anni al Staatsballet.
La prima che mi viene incontro con le lacrime agli occhi è Elena, abbiamo vissuto come sorelle da quando avevamo quattordici anni, condividendo le due stanze in affitto, centinaia di cene leggere, di bagni caldi, di pianti e di momenti di pura gioia. Elena mi stringe forte, mi bagna il viso con il suo pianto incontrollato, da quando aspetta un bimbo è diventata così sensibile e così bella che la stringerei tutto il tempo. Mi salutano poi le gemelle Fracino, con la loro solita aria nobile e pretenziosa; dopo tanti anni davanti allo stesso specchio, però ho capito che dietro la loro maschera si nascondono delle persone fragili.
Arrivano anche le allieve più giovani con dei fiori coloratissimi e, con loro, le piccole farfalline: i loro abbracci leggeri mi avvolgono come una nuvola di piume. Lollo e Mattia provano ad abbozzare una canzone, un coro stonato si accoda al tentativo strampalato dei ragazzi, ma poi finisce subito in applausi e risate, solo qualche minuto perché improvvisamente cala il silenzio. È entrata Lara, la direttrice della scuola, la nostra maestra, il nostro mentore, la donna che ho amato e odiato in un susseguirsi infinito di passi e pose, di allenamenti estenuanti, di cadute e risalite. Lara è una donna di cristallo, così fredda da ferire eppure capace di inondarti di luce da far splendere anche la più piccola allieva. Oggi sul suo viso vedo l’accenno di un sorriso, lo scopro dalle due piccole rughe che le si disegnano ai lati degli occhi, impercettibili a chiunque, ma non alle sue ragazze che hanno imparato a conoscere ogni sua minima espressione. So che oggi Lara è felice perché un’altra sua allieva ha posato un piccolo, ma fondamentale passo nella danza professionale, sarò un altro nome da aggiungere alla lista degli ex allievi appesa in fianco allo specchio. Penso di averla letta migliaia di volte, soprattutto le prime settimane, quando i miei movimenti erano paralizzati dalla paura. Avevo quattordici anni, alle spalle audizioni positive nelle migliori accademie, una masterclass prestigiosa, qui però niente sembrava funzionare. Il corpo che si trasformava, i pensieri che cavalcavano senza meta e senza controllo. Lara decise di non lasciarmi sprofondare nell’abisso, mi seguì per giorni e mesi, accompagnando ogni singolo movimento, controllando ogni mio pensiero, ogni respiro. Ricominciai dall’inizio, dimenticando tutto il prima, compreso l’audizione alla Scala di Milano. Se mia madre mi ha partorito biologicamente, Lara mi ha partorito ballerina: nella tecnica e nell’anima.
Forse lei mi legge nel pensiero, anzi sono sicurissima che riesce a farlo, perché mi dice: “Sono felice di avere una nuova storia da raccontare alle piccole che arriveranno a settembre. I sogni vanno nutriti, altrimenti si spengono.”
Le sorrido e mi sento stupidamente intimidita, mi ha preso le mani tra le sue: “Te lo dico sottovoce, questi addii sono strazianti, eppure sono l’unico motivo per il quale vivo. Sono sicura che ci renderai orgogliose.” Sento che le si incrina la voce, ma forse è solo perché ha cercato di non farsi sentire, poi si gira e urla: “State facendo un baccano infernale, un po’ di contegno, per favore! È arrivato il fotografo? Cominciamo a prendere posizione, immortaliamo il momento in cui la nostra scuola ha salutato la nuova étoile del Vienna Staatsballet!”
Ai comandi di Lara nessuno esita, nemmeno se si tratta di mettersi in posa per una foto. Nella sala grande vengono tirate le tende per far entrare più luce, il gruppo si unisce in una composizione precisa di sorrisi felici; sto così bene in mezzo a loro, qui mi sento a casa perché nonostante la fatica, nonostante le cadute e gli errori, qui dentro ho potuto esprimere ciò che ero. Mi viene da piangere e so che lo farò, sto solo mettendo in tasca le lacrime per quando sarò sola.
Inesorabilmente arriva il momento di andare. Sulla porta c’è una bimba bomboniera, avrà cinque o sei anni, vestita tutta di rosa, ha uno chignon impreziosito da alcune simpaticissime coccinelle. Mi porge un blocchetto di post-it a forma di fragola e mi chiede l’autografo, mi promette che lo terrà con sé come portafortuna fino a quando anche lei diventerà una ballerina importante. La sua tenerezza riesce ad abbattere la corazza che mi sono imposta di indossare oggi, quella piccola ero io, lo siamo state tutte noi. Mi dirigo velocemente in macchina per non mostrare che sto piangendo, sguardo basso sul cellulare, voglio nascondermi, ma soprattutto voglio vedere se mio padre mi ha scritto. Invece niente, nessun messaggio, nessuna chiamata.
Salgo in treno, si è già fatto buio, prendo posto nella cuccetta che ho prenotato settimane fa, il viaggio durerà tutta la notte. Metto in ordine le mie cose, mi metto comoda e mi lascio cullare dal monotono dondolio. La notte fuori dal finestrino è senza stelle e le luci dei paesi sembrano lontanissime, mi sento sola, scorro le foto sul cellulare, sperando che le immagini dei visi felici mi tirino su il morale. C’è un vuoto però che mi divora e so esattamente cos’è, allora mi decido. Chiamo mio padre, ma prima che la telefonata parta ci ripenso, so che finiremmo entrambi a piangere, sarebbe patetico e alla fine non riusciremmo a dirci nulla. Sono esattamente otto anni che non riusciamo a parlarci veramente, da quando lui decise di ritirarmi dalla scuola di danza della Scala. Troppo pochi dodici anni per lasciarmi a Milano, impensabile spostare tutta la famiglia, incomprensibile per lui la disciplina dura e intransigente alla quale sarei stata sottoposta. Disse che non ero ancora pronta a lasciare la mia infanzia, non disse invece che lui non era pronto a lasciare me. Ci sarebbero state altre scuole, altre audizioni, altre chance, me lo ripeté per mesi. Poi smise di dirlo con le parole, ma glielo leggevo negli occhi, quegli occhi che non hanno più avuto il coraggio di guardare diritto nei miei. La danza mi ha portato a vivere comunque da sola presto, a lasciare il nido ovattato della famiglia per diventare grande in fretta, ci sono state davvero altre chance, ma lui con me non ha più riso. Avrei voluto dirgli che quel suo senso di colpa, quel suo tirarsi fuori dalla mia vita mi aveva ferito molto di più della sua decisione. Non glielo l’ho mai detto perché l’ho capito tanto tempo dopo, quando la mia migliore amica ha iniziato a portare una nuova vita dentro sé. Quando ho visto il suo ragazzo lasciare anche lui la scuola per trovarsi un lavoro, quando li trovavo sul divano abbracciati a pensare alla creatura che stava per arrivare, programmando centinaia di stupide cose che non si possono prevedere. Potrei telefonargli ora, ho un’intera notte di treno per trovare le parole giuste, per confidargli che non so se quella sia stata una decisione giusta o sbagliata, ma in ogni caso appartiene a un passato che ho lasciato dietro di me. Vorrei dirgli che basterebbe un suo abbraccio per lenire il terrore puro che provo ora nell’affrontare lo Staatsballet, che basterebbe averlo tra il pubblico, per sentirmi la ballerina più importante del mondo. Invece prendo il cellulare e registro un messaggio: “Papi, mi dispiace non averti visto oggi, impegni di lavoro… capisco. Cioè, in verità ho capito tante cose e beh… volevo dirti… ti voglio bene!”

